Estratto dal libro “il Tocco, il Rimedio, la Prola”(2015)

“I più recenti studi di psiconeuroimmunoendocrinologia (PNEI) hanno dimostrato che l’essere positivi e ottimisti influenza notevolmente il sistema immunitario e può essere considerato quindi come una componente fondamentale del sistema di guarigione. Ma l’effetto “profezia che si autoavvera” prodotto dal pensare positivo funziona solo quando questo meccanismo è vissuto in maniera spontanea e inconsapevole. Se cerchiamo di renderlo volontario, creiamo l’effetto paradossale del “sii spontaneo”.

E’ esperienza comune come, se ci sentiamo tristi, , sforzarsi di essere allegri e di pensare positivo non solo non funzioni, ma anzi finisca per deprimerci maggiormente. Come tutti gli autoinganni, dunque, anche quello del “pensa positivo” funziona solo se esercitato inconsapevolmente. Il cercare di essere ottimisti come atto volontario e consapevole non è solo poco efficace, ma addirittura dannoso. Pensiamo ad esempio al malato di tumore, come molti medici sanno, è molto frequente sentirsi chiedere da parte dei familiari:” glielo dica dottore che deve essere ottimista, che non deve piangere, che la sua salute dipende da lui”. Queste richieste, ovviamente espresse con le migliori intenzioni, non solo bloccano la possibilità che il malato si senta spontaneamente “positivo” ma finiscono per alimentare la sua rabbia, frustrazione e senso di colpa. Il paziente infatti, non solo si sentirà incompreso nel suo diritto riessere demoralizzato e preoccupato per una diagnosi così grave, ma sentirà di dover aggiungere a una situazione emotiva già delicata anche il senso di colpa per non essere in grado di produrre a comando uno stato d’animo ottimista. Vittima di una situazione che non si è scelto, il malato diventa quindi una sorta di sorvegliato speciale a cui non è concesso nemmeno di deprimersi, pena la colpa di essere egli stesso causa del peggioramento della propria salute.

Se mi sforzo volontariamente di pensare positivo, non solo non cambierò la situazione presente ma anzi sarà molto probabile che io percepisca maggiore il divario tra ciò che sento e ciò che credo dovrei sentire.

L’idea quindi è quella di non imporsi necessariamente di pensare positivo ma di impostare ogni giornata con azioni concrete che poi nella loro ripetizione diventeranno abitudini funzionali. Sapersi concedere momenti “negativi” non solo ci renderà in grado di farli defluire come fanno i canali con l’ondata di piena ma ci renderà più liberi negli altri momenti (proprio perché ce li siamo concessi) e quindi più efficaci e più capaci di percepire aspetti positivi della nostra realtà.

Scriveva Alexander:”le persone non decidono per il loro futuro, decidono le loro abitudini e le le loro abitudini decidono per il loro futuro”.

Le azioni infatti diventano abitudini e questo si trasferisce e si applica anche a livello del pensiero. Una persona positiva non è una persona che si impone di esserlo, è una persona che agisce in una specifica direzione con impegno, sacrificio, che sa concedersi momenti difficili e che sa orientare la sua attenzione e le sue energie. Il risultato delle sue azioni concrete e del suo impegno conferma le sue capacità e gode continuamente dei piccoli risultati che raggiunge. Tutto ciò contribuisce e alimenta il suo pensare positivo.

Dott. Paolo Fratagnoli Psicologo Psicoterapeuta ad Arezzo e Siena (Asciano), specialista in Psicoterapia Breve Strategica.

Bibliografia (estratto):

Milanese, R., Milanese, S.-Il Tocco, il rimedio, la parola (2015). Ponte alle Grazie, Milano.