Quali elementi descrivono l’attacco di panico?
Gli attacchi di panico sono degli eventi di breve durata che hanno un’ ”escalation” che può andare da pochi secondi a qualche minuto. Sono per questo, eventi circoscrivibili temporalmente.
La sintomatologia a fisica può andare da palpitazioni, vertigini, nausea fiato corto, tachicardia, tremori, ecc…
A livello mentale troviamo la paura di morire improvvisamente o una paura generalizzata di perdere il controllo, di impazzire. Sono presenti depersonalizzazione e derealizzazione, sintomatologie molto specifiche, molto forti che devastano completamente la persona che li prova. In effetti queste sono discriminanti per poter parlare di attacco di panico e differenziarlo da altre forme di ansia. Infatti, se non dovessero essere presenti queste tre principali paure probabilmente non possiamo parlare di attacco di panico.
Tendenzialmente si arriva il panico quando al di sotto c’è un disturbo fobico: si può trattare ad esempio di ansia sociale, di paure relative a fobie specifiche come fobia per un animale, paura di volare, paura di guidare paura di stare in mezzo agli altri, agorafobia ecc… Tendenzialmente parliamo di persone che hanno delle vere proprie limitazioni nella loro quotidianità dovute al loro disturbo fobico. Se approfondiamo l’indagine, chi soffre di attacchi di panico, facilmente presenta una o più fobie sottostanti. Parliamo di persone che vivono delle vere proprie limitazioni.
Quando c’è ansia forte c’è il panico? No!
Ora per evitare incomprensioni…..tutti abbiamo vissuto dei momenti in ansia e viviamo dei momenti di ansia più o meno forte no? L’ansia può essere rappresentata in in un continuum……ora potrebbe venirmi il dubbio che siccome sono stata/o in ansia allora forse quello era un attacco di panico….. Va considerato che l’attacco di panico è molto sconvolgente e devastante e dura un tempo abbastanza limitato.
L’ansia di per sé è funzionale cioè l’ansia di per sé è un qualcosa che ci attiva, ci mobilità, ci permette di prevedere possibili difficoltà possibili problemi, ci aiuta ad organizzare i e c i responsabilizza.
Il primo passo è quindi quello di non patologizzare l’ansia sana; l’attacco di panico è un evento circoscritto nel tempo, un picco molto forte e che avviene tendenzialmente in persone per le quali è facile riscontrare fobie anche abbastanza specifiche.
In questo continuum che l’ansia descrive, chiaramente, sono presenti anche altri problemi o disturbi che non arrivano all’attacco di panico perché sono delle forme minori e non arrivano al picco.
Come si arriva al panico?Da traumi passati? No.
La clinica dimostra che la stragrande maggioranza dei casi non presenta traumi alla base della fobia ovvero non necessariamente c’è una causa scatenante; quello che in realtà nel corso del tempo mantiene e alimenta il problema sono quelle che vengono definite come “tentate soluzioni” che la persona mette in atto.
Vediamo come: una paura può nascere semplicemente da un dubbio che provoca delle sensazioni di fastidio o che non vogliamo, ecco, il nostro tentativo di riprendere il controllo in quelle situazioni paradossalmente amplifica le sensazioni, ce le manda in corto circuito, ecco da qui che poi nasce la paura della possibilità di avere paura, quindi la paura della paura. Mettiamo ad esempio che questa brutta esperienza sia avvenuta in contesto di guida, piuttosto che in un contesto in presenza di un animale o in contesto in cui c’erano tante persone…….la mente produce un accostamento, un “link” e quindi iniziamo a mettere in atto delle tentate soluzioni nei confronti di quei contesti ovvero una serie di comportamenti per proteggerci.
In questi casi qui per uscire anche in maniera relativamente veloce da attacchi di panico non è necessario andare a indagare le presunte cause ma lavorando su quelle che sono le modalità di rispondere a queste ansie e queste paure e cambiandole, si può cambiare la percezione e quindi superare sia l’ansia che la fobia.
Quindi la mente si può bloccare per un’ associazionecognitiva e quindi un accostamento, un dubbio, un pensiero, non perché necessariamente ci sia stato chissà quale trauma. Da lì nasce quella realtà che è la paura della paura. Chi soffre di panico ha paura della paura per cui poi è obbligato a mettere in atto tutta una serie di difese tra cui l’evitamento oppure, ad esempio, controlli preventivi e tutta una serie variegata di reazioni che vanno a definire le varie sotto tipologie del disturbo. Il fobico mette in atto queste strategie nel tentativo di salvarsi ma, in realtà, proprio queste, non fanno altro che alimentare la sua percezione fobica di quella situazione, di quell’oggetto, di quella particolare categoria di oggetti o situazioni.
Tutto ciò, associato al tentativo di bloccare le proprie risposte fisiologiche di paura nel momento topico, producono il panico.
Facciamo un esempio: posso avere una tachicardia, sentire il cuore battere più velocemente, avere un attimo un brivido, un giramento di testa e i miei tentativi di bloccare queste sensazioni paurose, aumenteranno la mia percezione di perdita di controllo e nel frattempo aumenteranno i sintomi stessi. Il mio tentativo di bloccarli o di non sentirli, li esaspererà. Paradossalmente quindi, le persone più cercano di auto-controllarsi e più vanno nel panico.
La consapevolezza non mi aiuta a risolvere il problema non mi aiuta a cambiare la mia percezione anzi spesso può essere anche deleteria. Mettiamo anche che è un paziente riesce a definire la presunta causa e riuscisse a individuare un trauma nel suo passato, magari nell’infanzia, non è che se prende consapevolezza di aver subito un trauma e di quale è stato questo trauma, poi, nel presente, riesce a superare il problema e non avere la fobia.
Quindi se non si lavora sul passato su cosa si lavora?
La paura risponde a una logica paradossale e con la razionalità si va poco lontano, ti sarà capitato di provare a tranquillizzare attraverso la razionalità una persona che magari deve prendere l’aereo dicendo che la statistica è dalla sua parte, ma, se la persona è impaurita, comunque risponderà che su 1/ 1.000.000 di probabilità che l’aereo precipiti, nessuno gli dà la certezza che non sia quell’aereo che sta per prendere.
Gran parte la nostra mente è illogica e quindi se io sono in un momento di agitazione, cercare di tranquillizzarmi avrà l’effetto opposto a quello voluto, come se ho un pensiero che non voglio, cercare di scacciarlo lo alimenterà.
Il panico è un’emozione atavica, primaria, dentro di noi, quindi fare ricorso alla logica ordinaria non da nessun tipo di risultato, anzi, non posso superare un’ansia o una paura perché capisco qualcosa, la logica razionale non funziona.
Non c’è bisogno di stare a cercare di capire chissà cosa ma c’è bisogno di far sperimentare attraverso quella che viene chiamata esperienza emozionale correttiva (Alexander) e di “far sentire” in maniera diversa qualcosa di diverso alla persona. Questo può essere fatto attraverso la prescrizione di piccoli esercizi o compiti da svolgere, strategie e stratagemmi calzati ad hoc e attraverso l’uso di un linguaggio evocativo diretto anche alle componenti meno consapevoli della nostra mente.
La terapia breve strategica si avvale di protocolli di trattamento validati, ovvero delle procedure standard per le fobie attacchi di panico che rappresentano ormai da diversi anni la “best practice” per il trattamento di questi disturbi. Non si tratta certo di una ricettario da replicare in maniera uguale per tutte le persone, si tratta di seguire un protocollo logico che va a sbloccare attraverso le tentate soluzioni (a cui accennavamo prima) la percezione fobica. Chiaramente, parlando di persone, ogni caso è individuale e starà all’abilità del terapeuta calzarli all’originalità di ogni singola persona di ogni singolo problema. Ill terapeuta farà un lavoro certosino, sartoriale, su misura, ad hoc applicando queste logiche paradossali che funzionano sulle stesse categorie di problemi. Per questo è un approccio scientifico, perché si riferisce a manovre che hanno dimostrato grande efficienza e efficacia nel tempo.
Quali sono le principali tentate soluzioni?
Tra le principali tentate soluzione di un panicante, di un fobico…. Troviamo in primis l’evitamento che in un primo momento chiaramente mi salva completamente dalla possibilità che si verifichi quell’eventualità temuta ma è facilmente comprensibile come nel giro di pochissimo tempo un evitamento conduca un altro evitamento e mi confermi la la mia totale incapacità.
Altra tentata soluzione che viene agita è parlare, cercare rassicurazione e condividere le esperienze fobiche nell’idea che le paure spariscano, in realtà questo produce esattamente esattamente il contrario…parlando di un’ansia o di una paura io la contestualizzo, le do forza, la rendo vera.
Altra tentata soluzione nel panicante classico è rappresentata da tutti i tentativi di autocontrollo e quindi di soppressione della serie di reazioni fisiche normali che paradossalmente provoca un aumento della sintomatologia, la quale poi, conduce al panico.
In conclusione, ì disturbi fobici, gli attacchi di panico, pur avendo delle logiche sottostanti simili e delle manifestazioni comuni, si esplicano in realtà molto particolari, ognuna molto specifica. Sarà quindi importante capire bene come funziona in problema per quella specifica persona perché a quel punto poi si potranno creare, sulla base del problema, delle contromosse sotto forma di prescrizioni pratiche o anche di suggestioni, che siano specifiche per quella forma precisa di persona.
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