Vanno di moda le etichette perché da una parte rassicurano: “hanno scoperto cos’ho, se hanno scoperto cos’è allora lo conoscono e allora conoscono anche la soluzione” (cosa non affatto scontata); dall’altro trovare un etichetta tranquillizza perché ci da ordine, incasella l’informazione e schematizza.  Etichettare però, soprattutto in campo psicologico corrisponde anche ad una perdita di responsabilità: “ho un disturbo, mi hanno scoperto un disturbo”, come se non potessi farci nulla , come se fosse un difetto fisico o genetico del quale non solo non siamo responsabili ma soprattutto contro il quale non possiamo nulla.

Il punto è che l’etichettamento è figlio del sistema economico e di marketing nel quale siamo immersi poiché spesso finalizzato ad alimentare la credenza che esista un prodotto, una medicina, una pillola magica da comprare….che mi guarisca. Il fatto è che quando parliamo di difficoltà o disturbi psicologici parliamo nella stragrande maggioranza dei casi di problemi riconducibili alle relazioni che abbiamo con noi stessi, con gli altri e con il mondo esterno in genere, e che si esplicano in dinamiche circolari nelle quali abbiamo molta responsabilità e per tale motivo possiamo avere molto margine di azione in ottica di cambiamento, miglioramento o “guarigione”. Anche per questi motivi, etichettare ad esempio con un nome diverso ogni forma possibile di fobia, non solo è inutile (perché tutte le fobie si fondano su medesimi meccanismi) ma rischia di aumentare il senso d’incapacità di chi ne soffre e aumenta l’esigenza di dover cercare una pillola magica specifica da comprare. Ecco allora che compaiono nuovi nomi con suffisso –fobia. Il rischio concreto è di delegare al farmaco (per poi rimanerne dipendente a vita) qualcosa che posso cambiare solo se mi prendo la responsabilità di cambiare qualche mio comportamento. Chiaramente farmaco “aspecifico” cioè che funziona per tutto, e se funziona per tutto, non funziona per niente…

Come spesso faceva il mio maestro, quando ad inizio terapia mi trovo a parlare con un paziente che chiede ansiosamente il nome del proprio disturbo dico sempre: “te lo dirò appena lo abbiamo risolto”.