Per quanto un problema possa avere avuto origine nel passato, se è ancora presente, c’è qualcosa che facciamo adesso che lo mantiene e lo alimenta. A volte è proprio con le migliori intenzioni che creiamo gli effetti peggiori. Invece di chiederci “il perché” dovremmo imparare a chiederci “come” un problema si presenta e cosa lo alimenta continuamente. Così potremmo trovare punti i cui sarà possibile agire differentemente e valutarne i risultati di volta in volta. Porsi le domande giuste è un primo asso importante per poter cambiare.

Il famoso “perché” segue una logica causa-effetto ed è un’ottima domanda se applicata a campi che funzionano con determinismo lineare come le scienze pure (fisica, matematica) o in medicina ma non nelle scienze psicologiche dove la causalità è di tipo circolare. Quando analizziamo sistemi relazionali non siamo mai in presenza di una sola causa ma di una serie di con-cause che creano effetti i quali, a loro volta interagiscono immediatamente sulle prime. E’ facilmente osservabile come siamo governati da effetti aspettativa, paradossi, contraddizioni e autoinganni cognitivi.

Il perché porta a spiegazioni fuorvianti

A seconda delle teorie a cui ci riferiamo infatti ci sono spiegazioni diverse dello stesso fenomeno es: lo stesso problema può essere definito da  un’analista come il risultato di un trauma infantile, da un cognitivo comportamentale come la reazione ad una errata elaborazione delle informazioni, da un sistemico come il risultato di un interazione ecc…

ammesso anche che trovassimo le presunte cause (interpretazioni e non verità assolute) non sarebbe possibile tornare indietro per modificarle

-la ricostruzione di un evento passato è mediata dallo stato d’animo del momento perciò si perde l’oggettività

la consapevolezza del perchè non ci dice nulla su come cambiare il problema

il cambiamento è il risultato di un’azione e non di un pensiero

Il cambiamento in natura non avviene perchè “capiamo” qualcosa a livello razionale bensì perchè spinti da un’emozione o dagli eventi, agendo differentemente dal solito, “sentiamo” e sperimentiamo qualcosa differentemente da prima, modificando così la nostra relazione con la nostra soggettiva realtà.

Facciamo degli esempi pratici:

-razionalizzare un’emozione o trovare qualcuno che ce ne spieghi le presunte cause (il perchè), non ferma quell’emozione,

spiegare ad una persona che soffre di disturbo ossessivo compulsivo cosa alimenta il suo problema non lo libera dalla prigione della compulsione,

-cercare di tranquillizzare con le parole una persona che soffre di ansia generalizzata o attacchi di panico non solo non è efficace ma alimenta il problema.

Per risolvere un problema o un disturbo non serve la spiegazione ma è necessario persuarede la persona o noi stessi ad agire differentemente per poter cambiare lo stato delle cose.                             

Si rende quindi necessario analizzare COME un problema si presenta, quali siano le ripetitività che gli garantiscono la sopravvivenza e agire provando a modificare le ridondanze. Il criterio da seguire perciò non è la presunta causa o verità (in molti ci hanno provato nel corso della storia con esiti nefasti) ma è l’efficacia cioè ciò che funziona. Ciò’ che è efficace può essere sperimentato apportando delle modifiche alle azioni che svolgiamo abitualmente e attraverso progressivi tentativi d’errore possiamo scoprire ciò che è davvero efficace. Poi, dopo che abbiamo avuto successo, o siamo riusciti in qualcosa…..diventiamo consapevoli.

Dott. Paolo Fratagnoli Psicologo Psicoterapeuta specialista in terapia breve strategica ad Arezzo e Asciano (SI).

Riferimenti bibliografici:

Nardone, G. (1993) Paura, panico, fobie.. La terapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie, Milano.

Nardone, G.,Portelli, C. (2013), Ossessioni, compulsioni, manie. Capirle e sconfiggerle in tempi brevi, Milano: Ponte alle Grazie.

Watzlawick P, Nardone G. (1997)  Terapia Breve Strategica. Ponte alle Grazie.

Watzlawick P, (1989) Il codino del barone di Munchhausen. Feltrinelli